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Ci
sono attimi in cui bisogna fermarsi, saper ascoltare, sentire la voce del cuore;
ci
sono attimi che bisogna saper riconoscere, attimi preziosi in cui le sensazioni
si impadroniscono dell'essere e riempiono il cuore, attimi in cui dobbiamo
escludere la voce della mente, il rumore del mondo;
ascoltare.
Non
guardo le opere di Carlos con gli occhi della ragione, mi piace toccarle come mi
piace accarezzare la corteccia di un vecchio albero; ascolto.
La
voce della Terra;
attraverso
le sue opere, Carlos Carlè, permette ad essa di comunicare.
Di
fronte a queste sculture dalle forme primordiali e dalla presenza austera e
fiera, mi lascio trasportare dall'emozione ed entro in contatto con la Terra,
con i suoi colori.
Aridi
deserti, laghi profondi, polle d'acqua alpina, cortecce di alberi secolari, i
colori terribili delle foreste bruciate, le asperità della roccia, eruzioni di
vulcani, zolle aspre in campi arsi.
Queste
opere fatte di argilla, acqua e fuoco, parlano di loro stesse, ci attirano a se
invitandoci a penetrare nella loro anima.
Sono
sculture che hanno ferite aperte, lacerazioni profonde, come la Terra, ma non si
sente un grido di dolore, non c'è sofferenza.
In
esse si avverte il fremito di una vita interiore, di linfa vitale, di dinamismo.
Opere,
seppur segnate, cercano la libertà di un proprio spazio, di una vita propria.
Opere
di così intensa poesia, che mi emozionano profondamente.
Isabella
Del Guerra
Carlos
Carlé è uno di quei rari artisti che poco amano discorrere del proprio lavoro,
sia, per naturale riserbo, sia, soprattutto perché non ritengono necessario
giustificare con le parole quanto prepotentemente è espresso dalle loro
realizzazioni.
Per
Carlé la materia si inserisce nel ciclo della storia, si fa traccia leggibile
di una memoria che trascende l’estensione contingente dell’esistenza.
Il
ricordo ha depositato sulla scorza dei suoi lavori, abrasioni, lacerazioni,
ferite, segni non superficiali, ma strutturali di un racconto che la carica
vitale dell’artista (e dunque il suo élan vital) rende forma nello spazio,
catturando e restituendoci il tempo.
La
possibilità di prepararsi da solo l’elemento primario, la terra, avvicina
l’attività dello scultore ceramista e quella di un demiurgo.
“Io
mi faccio la materia da solo, questo è il mio privilegio”, egli ama dire,
delineando la genesi di un processo che si invera nel suo farsi.
Lo
scultore è anche ceramista, ma la ceramica è per lui un mezzo e mai un fine,
uno strumento padroneggiato con deciso rifiuto dell’ornamento e del facile
risultato.
Diversamente
dalla pietra o dal marmo, in cui si perviene alla forma per mezzo del togliere,
liberandola dalla sostanza che la cela, egli è, come lo definisce Biffi
Gentile, un “costruttore”; l’Artista plasma infatti l’argilla per via
del mettere, secondo uno sviluppo formativo, quasi organico, di stampo
architettonico.
Carlé
esercita un controllo sulla materia, convogliandone le forze sorgive entro
geometrie primordiali, che si collocano in sintonia coi principi originari di
una cosmogonia elementare: sfere, cerchi, quadrati, parallelepipedi sono le
figure solide di riferimento.
La
costruzione delle sue sculture si connota nella dialettica tra razionalità e
caos, tra interno ed esterno. Attraverso lacerazioni, squarci, ferite che
penetrano nell’involucro materiale e rompe la vitalità primordiale,
magmatica, altrimenti trattenute dalla struttura coerente.
Le
alte temperature producono, sul grés effetti rugginosi, sgretolamenti,
consunzioni, incisioni, che rimandano alle corrosioni, ai combusti, alle
drammatiche lacerazioni di Alberto Burri, come pure ai grandi muri di Antoni
Tapies, suo riconosciuto maestro.
Come
per Tapies, lo scorrere del tempo si è sedimentato nella superficie delle sue
opere lasciando segni che prefigurano mutamenti lenti, compiutisi in un arco
cronologico che supera l’estensione della vita individuale del loro autore.
Le
opere dell’Artista, pare dire coi suoi megaliti Carlé, parlano di una vicenda
lontana, ma sono rivolte al futuro, sopravvivranno sulla terra alla presenza
dell’uomo, del cui passaggio rappresenteranno una traccia anche quando ormai
il solo silenzio le potrà contemplare.
Segni
antropologici, documenti e dunque memorie, del destino dell’uomo, silenziosa
testimonianza, come alberi disseccati di una foresta pietrificata.
Come
in un sasso, in un ciottolo è racchiuso il principio ordinatore
dell’universo, in una singola opera è misurabile l’intera creatività
dell’artista.
Carlé
realizza il suo lavoro non per raggiungere un effetto, ma per intima necessità,
ogni esemplare è unico e rappresenta la sola soluzione e contemporaneamente,
nel suo principio ordinatore, è frammento di un tutto. La mente e le mani dello
scultore si inseriscono nel circuito del tempo e della storia per catturarne lo
spirito e restituircelo attraverso le sue realizzazioni.
Carlé
è raccoglitore di sassi. Il tempo ha modificato la loro struttura, l’acqua li
ha levigati, lo sfregamento li ha incisi, scheggiati modellando la loro
superficie.
Carlé
è scultore chi si trova a suo agio tanto nella piccola quanto nella grande
dimensione e in entrambe raggiunge esiti monumentali.
Il
riconoscimento a livello mondiale e l’apprezzamento della critica, hanno ormai
definito il ruolo di Carlé nel panorama della scultura contemporanea.
Cecilia
Chilosi
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