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GAME OF CULTURES - Dario Tironi - Koji Yoshida, GAME OF CULTURES
Daniela Del Moro

GAME OF CULTURES - Dario Tironi - Koji Yoshida

L'AVVENTURA DEL PENSIERO
Un’esistenza significativa va al di là delle gratificanti necessità materiali; quando penso ad un paese ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle identità e delle differenze, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. (Aung San Suu Kuy) 
La difficoltà di “vedere” e comporre le cose per dar loro un senso unitario, è l’avventura del “pensiero”. Un percorso che, al naufragio, alterna inattesi recuperi: accade allora di ricollegare i frammenti, di immaginare l’assoluto inventando percezioni, sguardi, visioni attraverso e oltre la quotidianità. L’opera diviene soglia che, tramite il velo della sua materialità, svela altro da sé. E’ in questo la forza starordinaria del progetto artistico di Dario Tironi e Koji Yoshida. Il loro linguaggio, se nell’immediatezza della visione può far pensare ad una vicinanza con la pop-art, in realtà con il movimento americano degli anni sessanta condivide solo la consapevolezza di un rifiuto verso il consumismo sfrenato che, già in quegli anni, iniziava il suo progressivo sviluppo. Si accosta, invece, la loro ricerca in maniera più raffinata forse per concettualità ed esecuzione, ma soprattutto per il recupero degli “oggetti” (ri)trovati, al movimento surrealista: puro automatismo psichico attraverso cui si intende esprimere, con qualunque metodo artistico, il vero funzionamento della mente. Esso si basava, infatti, sulla credenza nella realtà superiore di certe “forme” di associazione, nel gioco incontrollato del pensiero. La chiave di volta resta la parola “associazione”, accolta come invito a mettere in scena, senza censure, accostamenti anche improbabili di mente e fisicità… E in un contemporaneo dove la tecnologia ci sovrasta oramai senza controllo, in un’applicazione infinita di utilizzi, diventa “naturale” parlare di abbandono, di rifiuto: una società consumistica estrema, come la nostra “cultura” impone, non preserva più. Il lascito architettonico di cui il nostro bel paese è ricchezza mondiale, oggi lascia soprattutto materiali abbandonati nelle loro forme oramai inutili: trascurare il senso del recupero in funzione di un abbandono quasi immediato. Inutile conservare. Meglio buttare. Brutto termine: buttare. Anche foneticamente non armonizza con una cultura del “bello”. Ma oramai ne siamo privi, ci stiamo privando sempre più del sentimento della bellezza; quel sentimento che appartiene alla storia, alla memoria, alle tracce di un passato che ha tentato di tramandarci un concetto fortemente “estetico”. Oggi, consapevolmente credo, viviamo il senso di precarietà e dell’effimero non solo del vivere, ma anche dell’oggetto. E sembriamo indifferenti. Ecco Tironi e Yoshida non restano indifferenti. Nella loro giovane voglia esistenziale di ricerca per un mondo “diverso”, il loro grido diventa la loro arte: intelligente, ironica e colta. Ma soprattutto apparentemente ludica e comunicativa (come la Pop), in realtà tragica e disarmante nella lucida dichiarazione scultorea ed espressiva (ecco il surrealismo di matrice espressionista). Il loro sodalizio e la loro sperimentazione si rivolge ad un pubblico attento, dove la curiosità per l’immediatezza di una visione quasi “sconcertante” per realizzazione, composizione e cromatismo, lascia il passo ad una più analitica osservazione delle opere. Dal recupero di parti tecnologiche di computer e telefonia, a qualunque forma o parte di giocattolo, o ancora piatti e quant’altro l’abbandono abbia “regalato” loro, tutto concorre a sostanziare fisicamente una nuova vita. Così la loro innovativa forma d’arte può definirsi “scultura costruita”… Alle radici delle attuali pratiche scultoree o installative di segno costruttivo, sta l’esigenza di una ridefinizione dell’idea di scultura, vale a dire una riflessione sull’identità delle ricerche plastiche che guardano alla “terza dimensione” come campo di “invenzione” formale adatte ad esprimere il rapporto con l’ambiente. Consideriamo le radici neoplastiche, le ragioni teoriche del pensiero estetico che, dalla pittura all’architettura, alla scultura, dalla superficie all’ambiente, hanno fondato un nuovo modo di pensare lo spazio, nel caso specifico di Tironi e Yoshida, si tratta di un pensiero estetico costruito su forme plastiche pure, progettate e realizzate come “campo” di relazioni e di combinazioni di forme diverse dagli “originali” recuperi materici. Si tratta di una scultura o meglio “installazione costruita”, ideate secondo un ordine compositivo “giocato” sulla compresenza di equilibri e armonie che funzionano di per sé stesse su regole precise di incastri e unioni e, sulle stesse, crescono attraverso: “opposizioni e congiunzioni”, contrasti e assimilazioni, concentrazioni e dilatazioni… In questo senso si afferma che, la loro installazione costruita, vive nel rapporto con le “forme” del reale dichiarando la sua estraneità ai fatti oggettivi di una realtà dell’abbandono, vuol dire piuttosto realizzare una visione in cui le “energie” essenziali del recupero vivono attraverso la concretezza di un ordine neofigurativo. Dunque, più che voler distruggere il confronto con la realtà del vivere, questo tipo di opere costruite su rapporti plastici essenziali, intende fondere pure relazioni spaziali dove il controllo dei “piani” prospettici (anche nella monodimensione) è predisposto in modo che la qualità e la quantità dei materiali, sia sempre funzionale alla sintesi dei valori formali e concettuali: alla visone totale. E questo aspetto indica che questo lavoro rivendica un’assoluta autonomia, un sistema di “regole” variabili, ma sempre riconducibili alla necessità di un equilibrio interno. Così l’arte non riflette la realtà, ma esprime un modo nuovo di “osservare” la realtà. Di più. Diventa un modello di coscienza e di comportamento, esprime l’esperienza totale della vita attraverso la realizzazione di “forme” che sintetizzano il tempo reale dell’esistenza. L’idea di uno spazio “continuo”, la cui formulazione avviene in relazione all’ambiente circostante, permette di immaginare un’idea di scultura o comunque di realizzazione dove i piani ed i volumi pur così differenti ed inimmaginabili in “comunicazione” formale, si integrano nell’equilibrio sempre diverso dei “pieni” e dei “vuoti”, vale a dire nell’infinita possibilità di (ri)creare la vita del linguaggio plastico”. In questa incessante dialettica la loro “installazione costruttiva” trova ampi margini di riconoscimento, soprattutto nell’attenta calibratura dei moduli che, alternando forme o parti di essa, o ancora frammenti, inventa composizioni dotate di tensioni molteplici e di nuove “fisicita”. Nella nuova identità, queste opere possono rendere omaggio alla più antica arte del periodo classico, dove i candidi busti o la perfezione delle tensioni volumetriche dei corpi, erano all’apice, riprendendo non solo forma e dinamica dell’espressione o del movimento, ma perfino il monocromatismo del marmo o del gesso. Il dato più importante, oltre all’estrema difficoltà di tecnica e perfezione maniacale dell’ “incastro”, sta nel porre in relazione quelle che sono le dimensioni del “recupero” con la totalità dell’altezza, della larghezza e della profondità: condizioni che devono essere proporzionate anche e soprattutto attraverso le relazioni cromatiche, i valori della luce e dell’ombra, il divenire dello spazio che nasce dalla variabilità degli “oggetti” nei pieni e nei vuoti. Il concetto di “costruttività” diventa, sotto questi aspetti, profondamente aperto alle sollecitazioni anche individuali dei due artisti, capaci di percepire in modo diverso, anche per matrice culturale, l’esigenza compositiva del fatto plastico che, pur appoggiando su leggi stabilite per staticità e volume, si differenzia anche per peso e per leggerezza a seconda del divenire del pensiero compositivo. Sicuramente la pazienza, la concentrazione e l’attitudine anche mentale alla padronanza delle forme, proprie delle terre d’Oriente, caratterizza il lavoro sapiente di Koji Yoshida, unito perfettamente alla razionalità, alla fantasia ed all’attenzione stilistico-formale più vicina al patrimonio culturale occidentale di Dario Tironi. In questo modo ciò che caratterizza le diverse “sapienze” è sempre l’atto di porre in relazione i volumi con i differenti materiali che ovviamente definisce anche il valore cromatico dell’immagine totale, facendone un “organismo” sempre irripetibile… La loro ricerca di segno non è infatti un’arte modulare, prevedibile, simile ad una rigida formula matematica; vuole puttosto essere un pensiero spaziale in grado di svelare inaspettati “accoppiamenti”, proiettando le forme oltre se stesse, in modo che ogni elemento possa essere vissuto molteplici volte. Ma con funzioni espressive sempre diverse. Per un percorso visivo che ricostruisce lo spazio come luogo di molteplici strutturazioni formali che “ama” il divenire dei rapporti ambientali: il processo più che il valore della staticità. Un organismo plastico (non solo di plastica) dotato di materiali veri, ma non più autonomi,  bensì sistemi rispondenti ad un collettivo, inteso come “scena” in cui la funzione delle forme è sempre sottomessa ad un pensiero progettuale totale. La prima e fondante rivoluzione artistica di questi due straordinari affabulatori della costruzione, resta la concezione dell’oggetto nella sua rinnovata identità: sia anche la monodimensione del quadro dove un grande Dragone spalanca la bocca minaccioso, o ancora la polvere d’oro unita alla polvere da sparo in Est, dove l’opera crea una magica e inaspettata decorazione tentando, nell’unione concettuale di due mondi antitetici, una dichiarazione estetica, per una poetica quasi rinascimentale. Il pensiero, muove da sempre la loro raffinata creatività: l’idea di un percorso mentale, mai distaccato da una consapevole critica nei confronti di un mondo dove i termini da sottolineare restano profondamente legati al sociale: ecologia, intolleranze, discriminazioni, spreco, lotte ed incomprensioni. Così nascono le loro opere. Siano, come detto, richiami ed omaggi ironici al grande classicismo o, come in questo ultimo grande progetto per la Biblioteca Angelica la realizzazione dei grandi Samurai: le catalizzanti Guardie addestrate a difesa del Palazzo Imperiale nell’antico Giappone. Allo stesso modo, il loro studio, ha costruito i nuovi Samurai contemporanei che conservano l’antico rigore e la metodica disciplina, questa volta a difesa, molto più attuale, del sapere e della cultura. Difenderanno tutti i preziosi volumi della prima Biblioteca dello scibile umano aperta al pubblico, nel secolo dei “Lumi”, con le loro spade, ma di più, con la loro autorevole presenza saranno monito alla volgarità che offende il Sapere. Questa loro rivoluzione estetico-concettuale, usa oltremodo la concezione dell’oggetto e del rapporto che questo ha con lo spazio, che si sofferma, ma non si fissa. Questa diviene il modello di una sensibilità nuova: la forma non solo è pensata come epicentro espressivo, ma come modalità di esistenza ed esperienza. Il loro lavoro, dunque, non rappresenta nessuna continuità con esperienze precedenti similari, in quanto dell’operazione creativa viene esaltato sia il rigore sia la fantasia, sia il metodo sia la pura invenzione, ponendosi in un rapporto sempre “aperto” e in divenire. Infatti alle “ragioni” della costruttività, della ricerca maniacale di ogni singolo “pezzo”, si affiancano quelle della decostruzione, ai principi del metodo operativo si alternano regole che nascono dal rapporto diretto con l‘operatività e l’esperienza, così che l’atto creativo si arricchisce di un’esperienza del fare che risulta irrinunciabile. L’atto del costruire si congiunge a quello del decostruire in quanto entrambi sollecitano la rinnovata “forma” come “divenire” della visione: nella dialettica dell’unità e del “frammento”, dell’armonia geometrica e della apparente disseminazione, del pensiero logico e dell’irrazionalità. Nulla è dato per scontato. L’opera mantiene il suo alto potenziale di rappresentazione e di rappresentanza. Queste opere diventano medium della materialità, registrando la nostra civiltà, la sua umanità e inumanità, catturando il topico, il transitorio e l’assurdo. Ancora una volta dallo studio e dalle analisi delle “apparenze” (per usare un termine caro a Duchamp), siamo spinti a ragionare sulle loro “ragioni” e sulla possibilità che dentro ed oltre il significato ed il valore specifico di ogni singolo pezzo, del singolo intervento, si nasconda o si possa rivelare una porzione di verità, nell’incontro fra la transitorietà “fisica” ed il suo nuovo valore metaforico. Allora possiamo anche cogliere, oltre l’aspetto apparentemente “giocoso” dell’opera, il senso di disagio e di allarme che ci pongono queste incredibili installazioni, come suggestioni di una labile memoria: forma attuale di monumento alla transitorietà. Perché sono fatte di strati di senso i lavori di questa coppia d’artisti, non si possono ridurre ad una visione semplice o unitaria e afferrano e ribaltano il senso della vita come a mostrare il rapido sovrapporsi e soccombere l’uno all’altro dei miti d’oggi: gli stessi idoli caduchi che avrebbe poi raccontato Roland Barthes. Così non è un caso che la rivoluzione dei materiali e quella della raffigurazione abbiano bussato alla stessa porta. E Tironi e Yoshida hanno aperto.
Galleria Gagliardi - 2013: mostra Personale "Games of Culture" di Dario Tironi e Koji Yoshida, a cura di Daniela del Moro