FREEDOM
Ancor prima di conoscere Matteo Pugliese in carne ed ossa, l’ho conosciuto in una delle sue forme di creta, che si spingeva fuori da un algido muro bianco, lacerandosi i muscoli, gridando un silenzio doloroso con occhi spalancati fino a spaccarsi…l’ho osservato a lungo, da ogni angolazione, sotto ogni luce, come ipnotizzata di fronte a quell’urlo materializzato - principio di fuga, utopia di salvezza - che solo una coscienza ben addestrata alla cecità avrebbe potuto ignorare, non riconoscere come il suo stesso riflesso.
Vorrei che riusciste a dedicare un’ora del vostro tempo a questa offerta di un’esperienza nuova, che vi spogliaste di ogni ruolo, maschera, autodifesa, che vi immergeste in questo microcosmo di pareti bianche da cui spuntano ora un volto, ora un volto e un braccio, e poi una gamba, e poi un corpo intero, che si contorce per liberarsi del piatto candore, per nascere ai sensi.
Non c’è pace, non c’è quiete, soddisfazione; il fine è il movimento, la meta la fuga.
Ogni nuova condizione raggiunta, finisce alla lunga per anestetizzare i sensi, e questi “dannati del moto perpetuo” hanno come missione l’interminabile ricerca della Verità, consapevoli che la Verità con la “V” maiuscola non esiste, ci si può solo convincere che sia quella “comoda poltrona” su cui lasciarsi sopravvivere quando si diventa troppo stanchi per proseguire nella ricerca, troppo disillusi per continuare a coltivare una speranza, troppo vecchi per andare OLTRE.
Insomma chi non rischia non vive. Chi non rischia non cade. Chi non rischia non muore, non potrà rinascere mai.
Il cammino più onesto verso la Verità non è la “via della certezza”, ma piuttosto le “innumerevoli strade della possibilità” e quante più avremo la forza di esplorarne, tanto più ci avvicineremo ad un SENSO, orgogliosi della nostra incoerenza.
Quello che c’è da sentire, aldilà delle forme, sono le emozioni, la fame di vita, la curiosità, incarnate da quelle forme.
E’ su questo che vi invito a fermarvi e riflettere e se l’esperimento funzionerà anche con voi , vi troverete come davanti ad un grande specchio e ancora una volta l’arte avrà svolto la sua funzione : sarà riuscita a mostrarci la realtà, la nostra realtà anche e soprattutto nei suoi risvolti più dolorosi e dunque più frequentemente ignorati.
E aprendoci gli occhi, almeno per un po’, l’arte sarà riuscita ancora una volta a renderci più liberi.
Dunque Buon Viaggio.
Chiudo con, Charles Baudelaire che alla fine, appunto, de “Il Viaggio”, ci esorta: “Enfer ou Ciel, qu’importe? Au fond de l’Inconnu pour trouver de Nouveau”. (Inferno o Cielo, cosa importa? In fondo all’Ignoto per trovare del Nuovo”).
Antonella Baldoni
FREEDOM
Ancor prima di conoscere Matteo Pugliese in carne ed ossa, l’ho conosciuto in una delle sue forme di creta, che si spingeva fuori da un algido muro bianco, lacerandosi i muscoli, gridando un silenzio doloroso con occhi spalancati fino a spaccarsi…l’ho osservato a lungo, da ogni angolazione, sotto ogni luce, come ipnotizzata di fronte a quell’urlo materializzato - principio di fuga, utopia di salvezza - che solo una coscienza ben addestrata alla cecità avrebbe potuto ignorare, non riconoscere come il suo stesso riflesso.
Vorrei che riusciste a dedicare un’ora del vostro tempo a questa offerta di un’esperienza nuova, che vi spogliaste di ogni ruolo, maschera, autodifesa, che vi immergeste in questo microcosmo di pareti bianche da cui spuntano ora un volto, ora un volto e un braccio, e poi una gamba, e poi un corpo intero, che si contorce per liberarsi del piatto candore, per nascere ai sensi.
Non c’è pace, non c’è quiete, soddisfazione; il fine è il movimento, la meta la fuga.
Ogni nuova condizione raggiunta, finisce alla lunga per anestetizzare i sensi, e questi “dannati del moto perpetuo” hanno come missione l’interminabile ricerca della Verità, consapevoli che la Verità con la “V” maiuscola non esiste, ci si può solo convincere che sia quella “comoda poltrona” su cui lasciarsi sopravvivere quando si diventa troppo stanchi per proseguire nella ricerca, troppo disillusi per continuare a coltivare una speranza, troppo vecchi per andare OLTRE.
Insomma chi non rischia non vive. Chi non rischia non cade. Chi non rischia non muore, non potrà rinascere mai.
Il cammino più onesto verso la Verità non è la “via della certezza”, ma piuttosto le “innumerevoli strade della possibilità” e quante più avremo la forza di esplorarne, tanto più ci avvicineremo ad un SENSO, orgogliosi della nostra incoerenza.
Quello che c’è da sentire, aldilà delle forme, sono le emozioni, la fame di vita, la curiosità, incarnate da quelle forme.
E’ su questo che vi invito a fermarvi e riflettere e se l’esperimento funzionerà anche con voi , vi troverete come davanti ad un grande specchio e ancora una volta l’arte avrà svolto la sua funzione : sarà riuscita a mostrarci la realtà, la nostra realtà anche e soprattutto nei suoi risvolti più dolorosi e dunque più frequentemente ignorati.
E aprendoci gli occhi, almeno per un po’, l’arte sarà riuscita ancora una volta a renderci più liberi.
Dunque Buon Viaggio.
Chiudo con, Charles Baudelaire che alla fine, appunto, de “Il Viaggio”, ci esorta: “Enfer ou Ciel, qu’importe? Au fond de l’Inconnu pour trouver de Nouveau”. (Inferno o Cielo, cosa importa? In fondo all’Ignoto per trovare del Nuovo”).
Antonella Baldoni
“EXTRA MOENIA”- LA FUGA DALLE MURA
Il termine fuga ha un’accezione prevalentemente negativa che non si merita. Forse l’errore è mio e semplicemente dovrei usare un’altra parola; ma non la conosco e non mi viene in mente niente di più indicato del termine fuga. Non “viaggio”, non “trasformazione”, né “partenza” o “evasione”.
Fuga.
Nell’uso comune indica un allontanamento a cui si è costretti e che ha in sé il sapore della sconfitta, della ritirata. Richiama un comportamento perdente se non addirittura vigliacco.
In altri casi ha un tono negativo, come una situazione precaria o provvisoria cui va subito posto rimedio: fuga di gas, fuga di notizie, fuga in Egitto.
Ripeto: probabilmente sbaglio termine ma “viaggio” non è quello che cerco; il viaggio, la partenza, l’evasione non presuppongono l’abbandono di una situazione non più desiderata.
Non escludono, una volta conclusi, di farci ritrovare al punto di partenza.
La fuga è invece una scelta coraggiosa, speso necessaria per recuperare una condizione accettabile e soddisfacente.
E’ l’incapacità di perpetuare qualcosa di già noto, qualcosa che non trasmette più emozione.
E’ la volontà di raggiungimento di una condizione nuova a scapito di una già conosciuta (bella o brutta che sia).
E’ la ricerca stessa, è la volontà di cambiamento, è il desiderio di nuove sfide, di nuovi orizzonti, di nuove strade e anche di nuovi errori, diversi da quelli conosciuti.
E’ un gesto di ringraziamento nei confronti della vita. E’ energia.
Odio l’immobilità che è stasi, indifferenza e rinuncia.
L’immobilità è una comoda e vigliacca poltroncina che la morte ci mette a disposizione, in seconda fila, con qualche anno di anticipo.
Comodo sedersi: niente più sbagli, niente più rischi e poi è così facile da qui osservare e giudicare quei disperati che si agitano tanto!
L’immobilità è rinuncia e spreco di vita.
E’ vigliaccheria.
E’ il muro.
Ma attenzione, raggiungere il traguardo prefissato non è così importante. Questo però va detto sottovoce; ve lo dico adesso ma va subito dimenticato. E’ più importante fare di tutto per realizzare un sogno che riuscire a realizzarlo.
Il fallimento non è risultare sconfitti dopo una gara, è il non avercela messa tutta per vincerla, quella gara.
La resa è un atteggiamento mentale.
E accontentarsi è triste.
La serie delle sculture “Extra Moenia” – Fuori dalle mura” ha trovato forma sotto le mie mani nell’arco degli ultimi otto anni.
Figli ( banale? Eppure così) a cui sono diversamente affezionato.
Momenti di riflessione, di solitudine, di sfogo, di liberazione.
Di fuga.
Questo era un grido silenzioso che da tanto tempo avevo dentro e che ora finalmente ha trovato una via d’uscita.
Se questo grido vi farà scappare via non potrò che dispiacermene.
Se invece sarà, nel suo piccolo, anche l’espressione di un grido che Voi avete dentro, allora sarò doppiamente felice.
Spero solo che i miei lavori non scomodino l’indifferenza; che se ne resti seduta sulla sua poltroncina, in seconda fila.
Matteo Pugliese