Nato nel 1974 a Firenze, credo di aver avuto il primo imprinting creativo già nell'infanzia, ossevando mio zio dipingere e mia madre cucire abiti per il teatro. Così ho dipinto occasionalmente fino a che, nel 1998, incoraggiato da amici e informato della possibilità di usufruire di uno spazio nel comune di Prato, partecipo alla nascita del progetto "Officina Giovani". Una opportunità per dipingere continuativamente, in costante contatto e reciproca contaminazione con gli altri esponenti del gruppo. E' in quell'occasione che ho sperimentato la pittura come urgenza. Là dove il vero medium realizzativo era il gesto, la velocità del gesto, il pennello doveva anticipare il pensiero e dar vita a moti inconsci, non senza una certa dose di irrequietezza. Il quadro era così in continua mutazione e solo una precisa scelta estetica ne avrebbe deciso l'aspetto finale.
L'esperienza continuerà, attraverso alcune mostre collettive, workshop e seminari, fino a che verrà assorbita dal più vasto cantiere creativo degli "Ex Macelli". In seguito una ulteriore ispirazione giungerà dopo l'iscrizione all ' Università di Lingue e Letterature Orientali di Venezia, dove entro in contatto con la cultura islamica che, storicamente iconoclasta, sviluppa un forte senso grafico. Da qui l 'importanza, per l'Islam , della parola, del mosaico e, più in generale, del segno. Percepivo che era il segno ad avere il gravoso compito di sostituire le immagini figurative e di rispecchiare l' intenzione architettonica dei luoghi di culto che, contrariamente ai nostri, non propongono spazi gerarchici strutturati verticalmente fino all'altare, bensì, tramite infiniti giochi di archi e colonne, mirano allo spaesamento del singolo e allo stesso tempo ad un' intima compartecipazione del culto.
Il segno, quindi, concorre a creare geometrie senza inizio nè fine; un ritmo, grafico e plastico. La mia ispirazione alla calligrafia araba si riallaccia inoltre alla struttura stessa della scrittura, là dove le lettere sono fra loro fisionomicamente collegate in un segno continuo, una sorta di fregio.
Così, la curiosità e l'attrazione per l'arte medio orientale non potevano non confluire nella mie opere in ceramica. Ancora grazie a mio zio (l'artista Paolo Staccioli ), apprendo la tecnica di cottura a riduzione. Questa antica tecnica chiamata "a lustro", tramite l'utilizzo di ossidi metallici e la riduzione di ossigeno durante la cottura, consente la formazione di colori brillanti che cambiano insieme all'intensità e alla direzione della fonte di illuminazione. C'é quindi, oltre all'intenzione pittorica, un'imprevedibilità di risultato a consentire una sorpresa ed una curiosità sempre rinnovate. Ad esempio, alcuni colori, soprattutto gli ossidi, variando parametri quali la diluizione e quindi la densità, e la temperatura di cottura, possono produrre cambiamenti sorprendenti: il rosso può variare da una tonalità di nero opaco con sfumature rossastre, ad un rosso arancione acceso, fino ad un verde rame. Oltretutto, sovrapponendo colori diversi, come colori caldi su colori freddi o viceversa, la qualità e quantità delle possibili varianti rende il risultato inevitabilmente un pezzo unico, irriproducibile.
Così,anche grazie a questa tecnica, il segno potrà finalmente manifestarsi, con una sua vitalità ed un forte dinamismo, prima su alcuni mosaici, poi sui vasi. Ed è sui vasi che comincia a delinearsi la sua intima fisionomia; quella di un segno pre-verbale, germinale; una rappresentazione possibile, un'intenzione latente. Sui vasi, che sono generalmente a base quadrata, snelli e verticali, il segno compone i suoi movimenti, ascendenti o discendenti, eruttivi o delicatamente degradanti, in una varietà ancora quasi inesplorata.
La comparsa occasionale di simboli non pienamente strutturati, o di parole inconcluse, concorre al presagio della comunicazione.
Il punto si fa movimento; in attesa della sintesi intenzionale in immagine verbo-visiva, brulica di moto proprio.
Il dialogo è possibile, restiamo in attesa.