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Due
i momenti fondamentali e indissolubilmente legati del linguaggio dello
scultore: la frantumazione del blocco di marmo e la ricompattazione delle
schegge dello stesso attraverso ricucitura a base di nylon. Il gesto violento,
unico, terribile e la cura amorosa, paziente, accorta. Pars destruens e
pars costruens accorpate come imprescindibili l'una dall'altra, come
risvolti di una stessa medaglia.
La
mano che si leva ghermendo ben serrata in pugno l'asta del martello che batterà
con un colpo secco sul masso, è la stessa che inanellerà di fili di nylon le
fenditure della pietra spaccata. Ma ciò che quel gesto antico del rammendo
unifica,sono le realtà estreme di morte e di rinascita, rendendo, anzi,
quella morte condizione sine qua non del ritorno alla vita, come quel
seme che, secondo San Giovanni, "se non muore non porta frutto". E
frutto laico e drammaticamente terreno del fare e disfare scultureo di
Takahashi è la pietra liberata della morte dell'informe, pietra collocata nel
tempo, quello della ciclicità organica delle trasformazioni, a suggello di un
patto col diavolo che pretende di conferire un'anima alla materia in cambio
della perdita dell'integrità.
In
natura il parto è sempre rottura, strappo, separazione dolente, ferita
originaria che già congloba le tante che contrappunteranno il percorso
esistenziale. Ma quella ferita primaria è già stilla di vita, sua
urgenza e sua alimentazione. Un paradosso logico, questo, solo per chi non si
rende conto che la vita è anche costruzione di distruzione. Le scaglie di
marmo che Takahashi rattoppa, fino ad ingabbiare la pietra nella ragnatela
delle sue fenditure, recheranno sempre con sè, fino a farla urlare, e ancora
sanguinare, la memoria del gesto istantaneo che le ha procurate. Perchè è
solo così che quel gesto assumerà il suo perverso senso e le sculture del
giapponese il loro valore metaforico. La loro sembianza, al termine, ricorderà
quella di un reperto antico ricomposto dal paziente archeologo nelle parti che
è riuscito a recuperare. Anche Takahashi per certi versi è un archeologo,
solo che il suo scavo è tutto interiore e il reperto è quello senza tempo
della condizione esistenziale, oggettivata nella pietra tessuta.
Guglielmo
Gigliotti
La
forma è ignara di aggettivi, tesa verso il congedo di ogni significato:
eppure conseguita attraverso una composizione irritata di sensibilità resa da
elementi di marmo che conoscono la frattura, l'imperfezione il dispendio e la
successiva ricompattazione (anzi la laterale ricucitura). Il tutto, però,
lasciato in vista, quasi a voler esibire i materiali usati e il
procedimento messo in atto; e anche: il tutto, impegnato per depotenziare
l'idea di perfezione, per svalutare l'illusione della totalità. Risonanze,
dunque, del pensiero Zen, nell'opera del nipponico Kenji Takahashi:
costruzioni di mondi discontinui ed aperti inquadrati dal vuoto e non
inquadranti nulla, ambizioni fisiologiche di spazio, ma di uno spazio che
perde invariabilmente il suo luogo, che smarrisce il suo centro: infine
avventure di una materia lavorata dalla pausa e dalla sottrazione. Ma il vero
senso della scultura sta lì, in quel continuo trauma, in quell'evento
spezzato, in quel suo esistere-non esistere.
Non
si tratta però dell'elaborazione (tutta occidentale!) del lutto, ma proprio
della presentazione di una infinita origine, della pratica del linguaggio
conciso, come se il tutto fosse indicibile o come se si potesse dire sempre
qualcosa ancora.
Gli
stessi frammenti che strutturano la scultura non sono da leggersi come
separazioni, ma come aggiunte; segni che negano la definizione in favore di
una ulteriorità (di un vuoto) che permette allo sguardo di penetrare e di
"crearsi" il suo pieno.
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