L’effimero è eterno.
Tra i simboli dell’eternità
e della sicurezza, certamente quello della Casa è il più ricorrente.
La Casa infatti è la versione individuale del Mondo, cioè della casa
universale di tutti gli uomini. Questa simbologia che abbraccia tutte le
culture, non vi è religione che non l’abbia fatta propria. In termini
junghiani , possiamo dire che ci troviamo di fronte ad un archetipo, a
qualcosa che non muta con i tempi, che non è attaccabile dai mutamenti del
gusto. Dagli Indù ai Cristiani, il problema è quello di possedere,
costruire, trovare un riparo, un proprio ambiente: bisogno elementare quanto
eterno. "Tornare a casa" è felicità e sicurezza così come
"la casa dei genitori" o "Di Dio", è sempre pronta ad
accogliere i figli smarriti per le vie della conoscenza. La conoscenza apre
mille percorsi, tutti equiprobabili, ma scegliere vuol dire trovare la strada
del ritorno. Tutto questo non è facile. La nostra esistenza è fragile,
viviamo la provvisorietà come un fatto duraturo. In più l’uomo si sbaglia
facilmente, è spesso abbagliato da una realtà fittizia, falsa e suadente
come le sirene d’Ulisse.
Isao Sugiyama
affronta con esemplare chiarezza questi temi. La sua cultura giapponese lo
conduce a mettere insieme la complessità del pensiero con una semplicità di
forme che sorprende. Il simbolo della Casa è sempre presente, nella sua forma
sacrale, quella del "santuario", la casa dei santi. Questa è forza,
costruzione basica , ma all’interno di questa vi è una fragilità non
apparente, ma sostanziale. E’ quasi come se l’artista nascondesse nelle
sue elaborate sculture un punto di crisi, un dubbio.Qualcosa di simile la
ricordiamo situata nelle grandi Cattedrali d’Occidente, almeno secondo la
teoria dell’alchimista Fulcanelli. Un punto magico che basta toccare per
veder crollare l’immensità di pietre, di vetrate e guglie che sfidavano l’eterno.
L’artista mette d’accordo
estremi difficilmente conciliaboli: il caldo e il freddo, il marmo e il legno,
l’effimero e il duraturo, il pieno e il vuoto. Il lato estremamente
affascinante del suo lavoro sta proprio nel senso di creare un collegamento
tra gli opposti. Tra interno ed esterno, per esempio, e la casa ne costituisce
il giusto mezzo perché protegge da ciò che è fuori e nello stesso tempo
crea una relazione tra l’Uomo e la natura. E questa intuizione è
fondamentale. Sugiyama pone come diaframma la casa, cioè il lavoro, la fatica
di edificare dal nulla, di costruire, di creare uno spazio umano faticosamente
sottratto all’infinito dello spazio esterno. E questa sintesi è proprio il
lavoro, lavoro che è necessario per edificare, ma che è anche necessario per
realizzare le sue sculture sempre al limite del prodigioso.
La sua scelta è
spirituale. L’atto del costruire avvicina a Dio, a quei santi che
costituiscono il tramite tra il visibile e l’invisibile. Sugiyama sa che l’uomo
più di tanto non può dare, conosce la vicende delle immense imprese dell’uomo
che Dio ha interrotto: la Torre di Babele. L’uomo deve costruire la propria
casa, ma non deve avvicinarsi alo Spirito attraverso un atto di superbia. L’uomo
è effimero, questo ci dicono le sculture dell’artista giapponese, ma in
questo effimero cerca l’eterno perché solo così può andare avanti,
costruirsi un futuro, cercare di sovrapporre il suo volto a quello del
Creatore.
La stessa tradizione
massonica, e quindi laica, ha tramandato questo messaggio. Vi è più
spiritualità nel costruire una casa, che in tutte le profezie di Isaia o
Celestino. Sugiyama rilava lo spirito dell’uomo che si fa architetto della
sua vita, della sua famiglia, del suo cosmo. La vita dell’uomo è sospesa su
di un ponte stretto e pericoloso. Ma è qui che dobbiamo vivere. E’ qui che
ha un senso il nostro tempo.
La stessa sapienza e
pazienza costruttiva, entra a far parte del lavoro. Il suo messaggio
spirituale passa attraverso il tempo-lavoro, questo frammento di eternità che
l’artista trasfonde nell’opera. Ogni scultura, ogni fine incastro, ogni
sottile passaggio tra i materiali, ogni particolare giuntura, richiede ore di
fatica e di attenzione. Perché il senso sta proprio nell’affidare ad ogni
opera, il senso di un lavoro non banale e distante da ogni procedimento
meccanico che lo sporcherebbe. Bisogna comunicare il valore del "Great
Work" in senso alchemico. Occidente e Oriente si toccano nel delicato
equilibrio della conoscenza.
L’opera, la
costruzione, la piccola e immensa architettura dà senso ai non certo
rettilinei processi del sapere. L’attenzione meticolosa al particolare non
è un vezzo stilistico, ma è una scelta poetica.. Il grande lavoro, la grande
cura sono parte di ciò che l’artista vuole comunicare, sono parte del
significato dell’opera. Anche la variabile del tempo-lavoro riconsidera il
rapporto dell’artista con l’arte e prende le distanze dalla poetica del ready
made, che ormai si avvicina a celebrare quasi i suoi cento anni di vita.
Si torna a considerare il lavoro qualcosa di filosofico, non un semplice mezzo
per avvicinare il denaro, ma anche conoscenza autentica e bisogno di
comunicazione tra l’artista e il pubblico.
Per questo il
simbolo spirituale della casa, la sua solidità e nello stesso provvisorietà,
ci fa affermare che "L’effimero è eterno". Vengono in mente anche
le parole di Jorge Louis Borges quando diceva che "Dobbiamo costruire
sulla sabbia, come se fosse roccia". Questa è la fatica dell’uomo,
costruire, mettere insieme materiali distanti, cercare l’impossibile e
trovarlo, magari in una scultura, nell’arte di Isao Sugiyama.